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Come capire se mio figlio ha un’allergia

Come capire se mio figlio ha un’allergia?

Le allergie nei bambini sono spesso fonte di ansia per i genitori. Una diagnosi di malattia allergica, e più in generale una precoce conoscenza del problema, consente di intraprendere un adeguato percorso terapeutico con lo scopo di controllare i sintomi e consentire al piccolo paziente di vivere una vita normale, in mezzo ai suoi amici, facendo sport e trascorrendo giornate all’aria aperta. Ci sono diversi segnali a cui un genitore può fare attenzione se sospetta la presenza di un’allergia.

Come si manifestano le allergie nei bambini?

La dermatite atopica è generalmente la prima manifestazione dell’allergia. Nei soggetti geneticamente predisposti infatti può accadere che gli anticorpi contro determinati alimenti (i più frequenti sono uova e latte) si sviluppino presto anche se in alcuni casi non si presentano i sintomi dell’allergia. Questa sensibilizzazione in tenera età però può aumentare il rischio di una successiva sensibilizzazione ad altri allergeni. La precoce sensibilizzazione verso allergeni inalanti, acari della polvere in particolare, e l’esistenza di una familiarità positiva, aumentano la probabilità di sviluppare l’asma.

Quali sono le allergie più comuni nei bambini?

Le allergie nei bambini sono in aumento. Secondo una stima dell’Organizzazione Mondiale della Sanità entro il 2025, oltre il 40% dei bambini avrà problemi di allergia. Le cause più comuni a scatenarle sono:

  • polline di alberi, piante e fiori;
  • acari della polvere;
  • punture di insetto;
  • peli di animali domestici;
  • muffe;
  • irritanti (fumo di sigaretta, profumo, gas di scarico dell’auto);
  • alimenti (arachidi, uova, latte e latticini).

Come capire se un bambino è allergico?

Per capire se un bambino è allergico, un primo fattore da considerare è la predisposizione genetica: se uno o entrambi i genitori sono allergici, vi è una maggior possibilità per il bambino sviluppare allergie. Di conseguenza, ci sono i sintomi, immediatamente riscontrabili in diversi organi e apparati. La rinite allergica è il disturbo infantile più comune causato dalle allergie. I sintomi includono naso che cola e prurito, starnuti, gocciolamento retronasale e congestione nasale (blocco). Un bambino con allergie può anche avere prurito, lacrimazione, occhi rossi e problemi cronici all’orecchio. Sintomi che però possono essere confusi con quelli di un raffreddore.

Come distinguere il raffreddore dall’allergia nei bambini?

Non è sempre facile distinguere l’allergia nei bambini da un comune raffreddore. La sintomatologia, infatti, è spesso comune, rendendo la distinzione difficile soprattutto nel periodo primaverile. Nelle allergie di solito gli starnuti sono frequenti e il naso cola molto. Inoltre nelle allergie è spesso presente anche il prurito, soprattutto agli occhi e talvolta anche a palato e gola. Gli occhi sono molto più coinvolti nella versione allergica tanto che si parla di rinocongiuntivite allergica, con sintomi come lacrimazione, arrossamento, gonfiore e fastidio alla luce. Se poi la persona è asmatica si possono avere riacutizzazioni con difficoltà respiratorie e tosse secca sia in caso di allergia, meno di frequente, nel raffreddore comune. Nel caso del raffreddore virale, i disturbi fanno la loro comparsa dopo un periodo di incubazione che di solito dura un paio di giorni. Si comincia con un leggero bruciore diffuso, spesso da una parte sola del naso o della gola, per arrivare a starnuti e naso che gocciola. È proprio in questa fase, che in genere dura due o tre giorni, che le possibilità di contagiare altre persone sono maggiori. Poi inizia la fase secretiva in cui il muco diventa più denso e giallastro. Se non ci sono complicazione il raffreddore finisce al massimo nell’arco di una settimana.

Come si diagnosticano le allergie?

Il ricorso al pediatra è essenziale per un inquadramento più corretto del trattamento. Infatti, solo riconoscendo l’allergene responsabile si può stabilire un efficace piano preventivo e terapeutico. Quando portate vostro figlio all’appuntamento, preparatevi a rispondere a molte domande sui sintomi che avete notato e quando li avete notati; quali trattamenti avete provato e la storia di allergie della vostra famiglia. Il vantaggio più rilevante è che diagnosticare precocemente un’allergia aiuta a bloccare il naturale decorso della malattia e, quindi, a prevenire le manifestazioni più gravi. Ad esempio, è noto che la rinite allergica spesso si complica con asma, ma è altrettanto dimostrato che un adeguato trattamento può ridurre di molto le probabilità di una sua evoluzione severa.

Test allergologici

Quali sono i test per le allergie?

La diagnosi può essere confermata con test specifici in grado di identificare gli allergeni responsabili. Le prove cutanee, Prick test, consistono nell’applicare sulla pelle (normalmente dell’avambraccio) una goccia dell’allergene che si vuole testare e poi pungere con una lancetta la pelle attraverso la goccia. Si tratta di una procedura poco dolorosa a cui si possono sottoporre con tranquillità anche i bambini. Se il soggetto è sensibilizzato in pochi minuti, nel punto dell’iniezione si produrrà un caratteristico pomfo (piccolo rigonfiamento) arrossato, caldo e pruriginoso che raggiungerà il massimo entro 20 minuti e scomparirà nel giro di alcune ore. La piccola quantità di allergene con cui il soggetto viene a contatto rende questi test cutanei molto sicuri. Quando non è possibile un esame cutaneo diretto (per esempio, per la presenza di reattività cutanea estrema) si possono ricercare le IgE nel sangue attraverso il RAST test.

Che cos’è il virus respiratorio sinciziale e perché colpisce i bambini?

Che cos’è il virus respiratorio sinciziale e perché colpisce i bambini?

Il virus respiratorio sinciziale rappresenta una delle preoccupazioni principali dei genitori di bambini piccoli. Diffuso soprattutto in inverno, è la principale causa di una grave infezione respiratoria conosciuta come bronchiolite. Si tratta di un’infiammazione di bronchi e bronchioli che provoca l’aumento della produzione di muco e l’ostruzione delle vie aeree con crisi di broncospasmo, da cui può derivare una importante difficoltà respiratoria, causa di frequenti ospedalizzazioni nei primi anni di vita.

Che cos’è il virus respiratorio sinciziale?

Il virus respiratorio sinciziale (VRS) rappresenta una delle principali cause di malattia grave per i bambini nei primi due anni di vita, ma soprattutto nei primissimi mesi, in tutto il mondo. Si tratta di un virus a RNA, appartenente alla famiglia Paramyxoviridae, la stessa dei virus parainfluenzali, del virus della parotite e del morbillo. Si stima che circa il 90% della popolazione pediatrica, entro i due anni di vita, lo incontri. Il problema principale legato al Virus Respiratorio Sinciziale è rappresentato dalle frequenti ospedalizzazioni che può provocare, con necessità di supporto ventilatorio, e dalla vulnerabilità che segue l’infezione per un periodo non ancora ben chiarito. I bambini che sono stati contagiati, infatti, hanno un rischio maggiore di incorrere in problematiche respiratorie nel corso della loro vita.

Come avviene il contagio?

Il Virus Respiratorio Sinciziale è molto diffuso e contagioso, e, come il virus dell’influenza provoca epidemie annuali. Si trasmette per via aerea, attraverso l’inalazione di goccioline generate da uno starnuto o dalla tosse, o per contatto diretto delle secrezioni nasali infette con le membrane mucose degli occhi, della bocca o del naso. Il periodo di maggiore contagiosità è compreso tra novembre e aprile, con un picco nei mesi di gennaio, febbraio e marzo. Il periodo di incubazione (tempo che intercorre tra l’esposizione e i sintomi) è di circa quattro-sei giorni.

Come riconoscerlo?

L’infezione da Virus Respiratorio Sinciziale, che inizialmente si manifesta con tosse e congestione nasale, potrebbe essere confusa con un semplice raffreddore. Esistono alcuni aspetti ai quali i genitori possono fare attenzione, come per esempio la perdita dell’appetito e la difficoltà nell’ingestione causata dalle gravi problematiche respiratorie. Alla comparsa dei primi sintomi, è importante una visita: pur non esistendo una terapia specifica, cogliendo per tempo i segnali, si può evitare il ricovero in ospedale. In alcuni, l’infezione progredisce in una grave malattia respiratoria, la bronchiolite, che richiede l’ospedalizzazione per aiutare il bambino a respirare. La diagnosi di una infezione da VRS è clinica ma, per essere più precisa, è necessario ricorrere all’identificazione del patogeno vivo all’interno delle secrezioni respiratorie tramite tampone molecolare.

Chi colpisce?

I bambini più piccoli (neonati o nei primi mesi di vita) sono a maggior rischio di sviluppare una forma più grave di malattia. Nei nati prematuramente o con una malattia polmonare cronica, o che hanno alcune malattie cardiache e neuromuscolari, l’infezione da Virus Respiratorio Sinciziale può portare a gravi complicazioni respiratorie (insufficienza respiratoria con mancanza di ossigenazione) e polmonite, che può diventare pericolosa per la vita.

Come si prevenire le complicazioni?

Le linee guida internazionali e nazionali raccomandano che i bambini ad alto rischio per elevata prematurità o presenza di malattie cardiache, polmonari o neuromuscolari e altre malattie debilitanti, ricevano un anticorpo monoclonale per proteggerli dalle gravi complicazioni della malattia. Di solito viene somministrato mensilmente durante la “stagione” del Virus Respiratorio Sinciziale, dal tardo autunno alla primavera, con semplici iniezioni intramuscolari. Non è quindi un vaccino e non previene l’infezione ma riduce la gravità della eventuale malattia e abbrevia il soggiorno in ospedale. Per proteggere i bambini fragili è importante che tutte le persone in contatto con lui si lavino sempre le mani prima di toccarlo. Inoltre è importante tenere il bambino lontano dal fumo e dalle aree affollate come i centri commerciali. Una attenta valutazione con il pediatra di riferimento aiuterà nella scelta di inserire o meno il bambino fragile al nido nel periodo epidemico. Molte ricerche per la messa a punto di un vaccino sono in fase avanzata di studio.

Mio figlio è allergico al latte? L’importanza della diagnosi nei bambini

Mio figlio è allergico al latte? L’importanza della diagnosi nei bambini

Assieme alle uova, il latte vaccino è il principale responsabile di un’allergia alimentare nei bambini. I numeri dicono però che si tratta di un problema comunque raro: meno di 2 bambini su 100. Il disturbo prevede un’unica soluzione: l’eliminazione dalla dieta di latte e derivati. Ma siccome la scelta ha un impatto non trascurabile nel corso dell’età infantile, è importante che si arrivi a questo punto soltanto dopo aver completato un adeguato iter diagnostico. Cosa che non sempre avviene. Con un duplice effetto: un’incidenza del disturbo superiore al quella effettiva e molti bambini privati, senza una ragione, della possibilità di consumare latte, yogurt e formaggi.

Perché il latte è importante nei bambini?

Il latte e i latticini sono alimenti molto preziosi nel piano nutrizionale di un bambino, in quanto, tra le altre cose, assicurano un apporto sufficiente di calcio, responsabile di una solida struttura ossea e di denti sani. Oltre al calcio, il latte contiene vitamine e nutrienti fondamentali per accompagnare in modo sano la crescita dei piccoli in questa fase della loro vita.

Perché i bambini sviluppano l’allergia al latte vaccino?

L’allergia al latte vaccino è causata da una reazione anomala del sistema immunitario alle proteine contenute nel latte di mucca e in tutti i suoi derivati (latti formulati dell’infanzia, formaggi, ecc.). Il principale fattore di rischio per lo sviluppo di un’allergia alle proteine del latte vaccino è una predisposizione ereditaria all’allergia (si parla anche di “costituzione atopica”): alcuni soggetti, cioè, nascono con una tendenza ad essere allergici. Si tratta infatti spesso di bambini con dermatite atopica e/o con uno o ambedue i genitori o fratelli affetti da allergie.

Quali sono le proteine “incriminate”?

Delle oltre 25 proteine contenute nel latte vaccino, quelle implicate in tale reazione sono quasi esclusivamente la caseina (Caseina AaS1 in particolare), la alfalattalbumina e la betalattoglobulina.

Come accorgersi se un bambino è allergico al latte?

Dopo l’ingestione del latte possono verificarsi innanzitutto disturbi gastrointestinali, come diarrea e vomito. La pelle può irritarsi e possono comparire dermatite e orticaria. Possono infine essere interessate anche le vie respiratorie con attacchi di rinite, rinocongiuntivite, tosse e asma. Sono queste le reazioni più comuni, mentre più rare sono le manifestazioni sistemiche, che colpiscono più organi contemporaneamente, talvolta in modo così grave e severo da causare shock anafilattico.

Perché è importante una accurata diagnosi?

I dati parlano chiaro, con una quantità dieci volte superiore ai reali casi di piccoli allergici al latte vaccino. Le motivazioni dietro questo eccesso è da ricercare nella sempre maggiore tendenza a indicare come derivati da allergia alcuni sintomi sospetti che, di per sé non giustificano la diagnosi finale di allergia al latte vaccino. Non bastano, infatti, un rigurgito di latte, diarrea o crisi di pianto per diagnosticare un’allergia e, quindi, eliminare il latte dalla dieta dei bambini. Ecco perché è importante una diagnosi precisa e tempestiva, condotta dal pediatra o dallo specialista in allergologia che, attraverso il prick test valuta l’azione dell’allergene sul bambino e, in caso di esito positivo, avvia la prassi per la certificazione dell’allergia, con esami del sangue per individuare la presenza delle immunoglobuline (IgE. immunoglobuline E), per poi passare all’ultimo step di valutazione con il test di provocazione orale sotto controllo medico, così da valutare sintomi immediati e muoversi nel modo migliore per porre rimedio alle complicanze.

Come si cura?

Una volta fatta la diagnosi, la terapia si basa esclusivamente sull’abolizione temporanea ma scrupolosa dalla dieta delle proteine del latte vaccino. Il latte contenente proteine del latte vaccino, dovrà essere sostituito secondo le indicazioni del pediatra. Da eliminare anche tutti gli alimenti e i prodotti che contengano latte e derivati. Questo implica passare in rassegna con scrupolosa attenzione le etichette dei cibi che si acquistano, che per legge devono indicare la presenza di allergeni, proteine del latte incluse. È intuitivo fare attenzione ai prodotti lattiero-caseari per la dieta del bambino allergico: formaggi, formaggini, parmigiano, burro, latte condensato, yogurt, panna. Ma non è risaputo che le proteine del latte possono essere contenute anche nei salumi e nelle salsicce, nella margarina, nel cioccolato, nei dolci, nei biscotti e nei prodotti da forno. Mentre il latte viene sostituito da formule a base di proteine fortemente idrolizzate, cioè frammentate in tanti pezzetti così piccoli da non essere riconosciuti dal sistema immunitario. Nelle forme più gravi, ma sempre dietro il consiglio di un allergologo pediatra, si può ricorrere alle miscele amminoacidiche (contenenti amminoacidi liberi, non assemblati in peptidi). Sono invece da escludere tutte quelle bevande di origine vegetale (mandorla, avena, riso, soia) che si trovano nei supermercati. Sono bevande non adatte ai più piccoli, dal punto di vista nutrizionale.

L’allergia al latte dura per sempre?

La dieta di esclusione ha comunque quasi sempre un inizio e una fine. Entro i 3 anni di vita, 9 bambini su 10 risolvono il problema e possono tornare a consumare il latte vaccino, i suoi derivati e i prodotti che lo contengono come ingrediente. La conferma la si ha sottoponendo nuovamente il bambino al prick test e al test di provocazione orale.

Allergia al latte o intolleranza al lattosio?

Il latte può creare disturbi con due modalità ben distinte:

  •  l’allergia alle proteine del latte vaccino, causata da una anomala reazione del sistema immunitario alle proteine contenute nel latte;
  • l’intolleranza al lattosio, cioè la condizione causata dalla carenza più o meno marcata di un enzima, la lattasi, che è necessario per “digerire” il lattosio, uno zucchero contenuto largamente nel latte vaccino ma anche nel latte materno o in altri tipi di latte.

Le due condizioni presentano in comune alcuni sintomi, come meteorismo intestinale (abnorme produzione di gas nell’intestino), senso di distensione e gonfiore intestinale, diarrea, che si verificano dopo l’assunzione di latte. Le analogie si fermano qui, però. Nell’allergia sono spesso presenti anche disturbi a carico di altri apparati, come la cute e l’apparato respiratorio, mentre nell’intolleranza al lattosio i sintomi sono quasi esclusivamente gastrointestinali. Nell’allergia bastano anche piccole quantità di latte o alimenti contenenti latte per causare i sintomi, che possono anche essere gravi indipendentemente dalla dose assunta, mentre in caso di intolleranza al lattosio spesso il soggetto tollera una certa quantità di alimenti contenenti latte, e i sintomi si presentano oltre tale soglia.

Eritema solare nei bambini

Eritema solare nei bambini: come prevenirlo e curarlo

Protezione è la parola d’ordine se si va al mare con i bambini. Il sole, se preso nel modo giusto, aiuta a sintetizzare la vitamina D, stimola l’accrescimento, favorisce lo sviluppo del sistema immunitario cutaneo. Come spesso accade, però, anche l’esposizione solare va moderata, per evitare che i benefici cercati possano rivelarsi dannosi. È il caso dell’eritema solare nei bambini, le note “scottature” che d’estate, e soprattutto in vacanza, possono risultare molto pericolose.

Cos’è l’eritema solare?

L’eritema solare è un’ustione cutanea che compare a distanza di almeno 4-12 ore di esposizione ai raggi solari e che rimane confinata alle zone fotoesposte. In età pediatrica, la sovraesposizione ai raggi del sole è più dannosa rispetto a quanto lo sia negli adulti. Ciò accade perché la quantità di melanina che protegge la pelle dai raggi ultravioletti è minima nelle prime fasi della vita, mentre va ad aumentare progressivamente con lo sviluppo. Questo vuol dire che i bambini sono più esposti alle scottature rispetto agli adulti.

Quali sono i segni dell’eritema solare?

È sufficiente un’esposizione al sole senza un’adeguata protezione per un periodo anche molto breve (15-30 minuti ) perché un bimbo possa presentare i segni di un eritema solare. Al momento dell’esposizione il bimbo non avverte fastidi, ma ad una distanza di 2-6 ore si presentano arrossamento, gonfiore, bruciore della pelle, prurito o dolore che raggiungono intensità massima nel giro di 24 ore. Nei casi più gravi possono essere presenti vescicole e, se l’ustione è particolarmente estesa, il bambino può presentare brividi, febbre, debolezza marcata, mal di testa, nausea, vomito e stato confusionale. Entro 4-7 giorni i segni scompaiono e la zona ustionata comincia a desquamarsi.

Cosa fare in caso di eritema?

Per attenuare i sintomi, possono essere essere utili come prima cosa un bagno o una doccia con acqua fredda o impacchi freddi sulla zona ustionata. In seguito, sentito il parere del pediatra, è possibile applicare creme idratanti, gel all’aloe o creme cortisoniche in base alla intensità dell’eritema. È importante far bere spesso il bambino per evitare che si disidrati. Se presente febbre o dolore importanti è possibile somministrare paracetamolo o ibuprofene al dosaggio abituale. Se il pizzicore è molto intenso, sempre su indicazione del pediatra, è possibile somministrare un antistaminico per via orale. Se si sono formate vescicole evitare di romperle per non facilitare infezioni. È importante ricordare che tutto quello che possiamo fare serve ad alleviare i disturbi ma non possiamo fare nulla per riparare i danni delle strutture della pelle che si verificano in caso di eritema importante.

Quali sono i rischi delle scottature solari?

Oltre all’eritema, i raggi ultravioletti causano danni invisibili: un’esposizione eccessiva accelera l’invecchiamento della cute e la formazione di rughe ed aumenta l’incidenza dei tumori della pelle.
Le ore in cui è maggiore la concentrazione di raggi ultravioletti sono quelle fra le 10 del mattino e le 4 di pomeriggio. Numerosi studi hanno dimostrato che l’esposizione intensa al sole e le frequenti scottature in giovane età, ossia prima dei 15 anni, aumentano di molto il rischio di andare incontro a tumori della pelle nelle età successive della vita. I bambini più soggetti ad avere tumori della pelle in età adulta sono quelli che hanno pelle chiara, nei o lentiggini, che hanno presentato diversi episodi di eritema solare con formazione di vescicole e che hanno avuto in famiglia altri casi di tumori della pelle.

Cosa fare per prevenire l’eritema solare?

È molto importante proteggere la pelle dei bambini dalla nascita a tutto il periodo dell’infanzia. Il Ministero della Salute raccomanda di non esporre mai al sole diretto i bambini sotto i 6 mesi. L’eritema solare si può prevenire adottando corrette abitudini riguardo all’esposizione al sole. Gli esperti raccomandano di:

  • applicare crema solare ad alta protezione (SFP 50+), prima di uscire (30 minuti prima dell’esposizione) e riapplicarla spesso (ogni due ore) e dopo il bagno in piscina o al mare;
  • proteggere le labbra e le orecchie del bambino;
  • fare usare occhiali da sole al bambino con lenti con filtri UV e cappellini con visiera;
  • tenere i bambini all’ombra nelle ore più calde

Quando consultare il pediatra?

È necessario consultare il pediatra:

  • in caso di ustioni estese o con formazione di vescicole;
  • quando il bimbo presenta i sintomi generali dell’insolazione (debolezza marcata, brividi, febbre, nausea, vomito, segni di disidratazione);
  • se l’ustione presenta segni di infezione, come vescicole, ulcere o dolore intenso;
  • in generale, quando sia necessario ricorrere a pomate cortisoniche o antistamici per via orale per alleviare il prurito.

Bambini al sole? Sì, ma con prudenza

Sole amico per la pelle. Soprattutto dei più piccoli. Se fatta gradualmente e con la giusta protezione l’esposizione al sole porta anche enormi benefici per i bambini. Stare all’aria aperta o sdraiati al sole genera una sensazione di benessere, stimola le difese immunitarie e favorisce la produzione di vitamina D, fondamentale per lo sviluppo delle ossa e dei denti.

Quali sono gli effetti nocivi del sole?

I bambini, soprattutto i più piccoli, sono particolarmente esposti agli effetti nocivi dei raggi UV, perché lo strato superficiale della pelle è più sottile, la produzione di melanina è minore e la pelle si disidrata più rapidamente: ciò favorisce le scottature e la penetrazione in profondità della radiazione UV, e quindi gli effetti mutageni sulle cellule degli strati più profondi dell’epidermide. Tra i fattori di rischio per lo sviluppo di tumori della pelle in età adulta c’è, infatti, l’intensa esposizione al sole in età infantile, con scottature ed eritemi.

Come evitare le scottature?

Giocare con la sabbia, fare il bagno, raccogliere le conchiglie: quando si è al mare tenere i bambini sotto l’ombrellone non è facile. Così come spalmarli con la crema solare e convincerli a indossare cappellino, occhiali da sole e anche la maglietta. Ma è sempre necessario proteggere sempre la pelle dei più piccoli, prediligendo filtri molto alti. Sarebbe meglio evitare l’esposizione diretta al sole di neonati sotto i 6 mesi, mentre per i bambini più grandi, è il caso di evitare l’esposizione diretta nelle ore centrali del giorno (in estate, dalle 11 alle 17). Meglio esporli gradualmente al sole, iniziando con tempi brevi. Durante i primi giorni, se possibile, meglio far indossare indumenti protettivi, soprattutto se i bambini sono piccoli, e utilizzare un cappellino ed occhiali da sole, sebbene il sole filtra anche attraverso i vestiti e l’ombrellone.

Quale protezione scegliere?

I prodotti solari dedicati ai bambini sono in genere ad alta (SPF 50) o altissima protezione (SPF 50+) perché la loro pelle è più sensibile ai danni del sole. Per garantire una maggiore sicurezza d’uso spesso contengono meno ingredienti critici e nessuna contiene fragranze che potrebbero provocare allergie, trattandosi di un prodotto destinato alla pelle sensibile dei bambini. Chiedete consiglio al vostro pediatra per individuare la protezione più adatta al vostro bambino. Applicatela almeno mezz’ora prima dell’esposizione al sole, su tutto il corpo, con attenzione particolare a spalle, collo e orecchie. Riapplicatela più volte nel corso della giornata (almeno ogni due ore, soprattutto dopo il bagno).

Celiachia bambini

Celiachia nei bambini: i sintomi da non sottovalutare

La celiachia è una malattia autoimmune causata da un’eccessiva reazione del sistema immunitario al glutine e/o alla gliadina, proteine contenute nel grano, orzo e segale. Un adulto che attraversi una fase di malessere è tendenzialmente portato a rivolgersi a un medico che prescriverà gli esami specifici in modo che un’eventuale celiachia possa essere diagnosticata e trattata. Ma cosa succede se a manifestare i sintomi è un bambino? Quali sono e come fa un genitore a riconoscerli?

Nei bambini, la celiachia è una delle malattie croniche a maggiore frequenza e in espansione.

Ogni volta che il celiaco assume glutine con la dieta, il suo sistema immunitario innesca una reazione infiammatoria della mucosa intestinale con progressivo danno dei villi, le sottili proiezioni della mucosa intestinale responsabili dell’assorbimento dei nutrienti del cibo. Di conseguenza, chi è affetto da celiachia ha una mucosa intestinale atrofica e infiammata che non funziona più bene e non dispone più delle sostanze nutrienti necessarie per stare bene e crescere regolarmente, con effetti quindi più evidenti in età pediatrica.

Il meccanismo patogenetico della celiachia può innescarsi già a partire dai 5-6 mesi di vita, a seguito dello svezzamento e all’introduzione del glutine nella dieta.

Concorre senza dubbio una componente genetica ed ereditaria: infatti i bambini che hanno un familiare di primo grado (padre, madre, sorella o fratello) affetto da celiachia sono soggetti più a rischio di sviluppare la malattia, rispetto a chi non ha familiarità. Purtuttavia, altri fattori concomitanti rivestono un ruolo importante: il primo fra tutti è ovviamente l’esposizione al glutine, anche se l’esordio della malattia può avvenire anche molto tempo dopo (anni) l’inizio dell’assunzione del glutine. Poi vi sono fattori ambientali, infezioni gastrointestinali, abitudini alimentari, alterazioni della flora batterica intestinale, etc.

Sintomi tipici della celiachia nel bambino sono: rallentamento della crescita, irritabilità, dissenteria, inappetenza, pancia gonfia, estrema magrezza, riduzione della massa muscolare.

Studi recenti hanno dimostrato che questi sintomi, considerati il quadro clinico “classico” della malattia celiaca, sono divenuti oggi una vera rarità. Ciò che si presenta più di frequente è un quadro gastroenterologico sfumato, dato da dolori addominali, “intolleranza al lattosio” e difficoltà di digestione gastrica o intestinale (dispepsia). L’anemia è la conseguenza della carenza di ferro causata dal suo scarso assorbimento intestinale. Il bambino può inoltre presentare afte ricorrenti alla bocca e anomalie dello smalto dentario. Lo scarso assorbimento di calcio e vitamina D può nel tempo provocare rachitismo (malattia caratterizzata da scarso contenuto di calcio delle ossa, che le rende più fragili e deformabili).

Per tale motivo può essere interessante un approfondimento delle altre manifestazioni che si presentano nei bambini intolleranti al glutine.

La diagnosi in età pediatrica viene generalmente fatta su base clinica e confermata dagli esami del sangue con il riscontro di valori elevati di anticorpi antitransglutaminasi di classe IgA (vanno sempre dosate anche le immunoglobuline IgA per essere sicuri che il test sia attendibile). Se i livelli di antitransglutaminasi sono elevati, occorrerà un secondo prelievo di sangue per valutare anche la positività degli anticorpi antiendomisio di classe IgA. Qualora gli esami del sangue non fossero chiaramente positivi si dovrà fare una biopsia intestinale, tramite gastroscopia che nei bambini va eseguita sempre in sedazione, per verificare l’eventuale atrofia ed infiammazione della mucosa. Quindi la biopsia intestinale, che in precedenza era indispensabile per fare diagnosi di celiachia, viene oggi evitata nella maggioranza dei casi.

È importante che sia il pediatra a gestire il percorso diagnostico, per evitare errori nella diagnosi o non adeguate interpretazioni del risultato dei test.

In caso di conferma della diagnosi l’unica cura consiste nell’eliminare il glutine dall’alimentazione completamente e per tutta la vita, che comporta una progressiva e completa guarigione della mucosa intestinale. L’alimentazione senza glutine va proseguita a vita perché la sua reintroduzione comporterebbe la ripresa dell’infiammazione con danno della mucosa.

L’esclusione rigorosa del glutine dalla dieta non è sempre facile ma l’industria alimentare è sempre più di aiuto per l’aumento progressivo della percentuale dei celiaci nella popolazione. Fortunatamente, ormai da alcuni anni, pianificare una dieta priva di glutine bilanciata dal punto di vista nutrizionale e soddisfacente per il palato è abbastanza semplice, vista la disponibilità in commercio di numerosissimi prodotti senza glutine (reperibili e facilmente individuabili anche negli scaffali dei supermercati) e l’elevata sensibilità pubblica nei confronti della malattia, che ha portato moltissimi ristoranti, bar, mense scolastiche a prevedere piatti senza glutine nei propri menù.